Uno dei primi temi da affrontare, condiviso da tutti gli organizzatori, è rappresentato dai vincoli imposti dall’attuale regolamentazione FIDAL No Stadia per la partecipazione dei runner stranieri alle gare in Italia.

I GRANDI NUMERI ALL’ESTERO

Ormai è nota a tutti la valenza turistico-economica che le maratone hanno in tutto il mondo. Basti dare un’occhiata alle richieste di partecipazione agli eventi più popolari: non solo New York, ma anche London Marathon, che deve chiudere le iscrizioni con 470.000 richieste già dopo una settimana (non potendo comunque ammettere più di 50.000 runner). Posto d’onore, soprattutto per noi italiani, lo ha Valencia che rappresenterebbe, per partecipanti italiani, la quarta maratona d’Italia.

PERCHÉ IN ITALIA NON SI FANNO QUESTI NUMERI?

Tutti conveniamo sul fatto che l’Italia con le città d’arte e non solo, nulla ha da invidiare alle città straniere che ospitano queste manifestazioni. Eppure, i numeri delle nostre gare, anche quelle che riteniamo più prestigiose, sono ben lontanI.  È un tema la cui soluzione non ha costi e che può riavviare un importante indotto turistico non appena la situazione lo consentirà. Non v’è chi neghi che il limite più importante alla partecipazione degli stranieri alle manifestazioni in Italia sia costituito dai vincoli imposti dal certificato medico di idoneità per l’atletica leggera e dalla gabella della Runcard.

COSA HA FATTO IL NOSTRO GRUPPO

Nel 2019 abbiamo sollevato la questione nelle opportune sedi federali facendo presente che consolidato nel tempo è il principio secondo cui l’obbligatorietà della certificazione di cui al D.M. del 18.02.1982 è riferita agli atleti tesserati per le Federazioni Sportive Nazionali, le Discipline Sportive Associate e gli Enti di promozione Sportiva riconosciuti dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano nel range indicato quale agonistico. Pertanto l’obbligatorietà della certificazione medica non si applica agli atleti stranieri non tesserati in Italia. Classico esempio è quello delle manifestazioni internazionali che si disputano in Italia. In una partita di Champions League, così come di pallavolo o ciclismo, gli atleti della squadra italiana sono soggetti a certificazione medica, quella della squadra straniera no. Principio ricavabile anche in relazione agli esercenti attività sportiva non agonistica. Infatti il Ministero della Salute-Ufficio di Gabinetto, nell’impellenza di rispondere alle numerose richieste di chiarimento pervenute allo stesso a seguito dell’emanazione del D.M. del 08.08.2014, ha “ritenuto opportuno, con il supporto del Gruppo di lavoro in materia di medicina dello sport, istituito presso questo Ministero, e del quale fanno parte anche rappresentanti delle Regioni, predisporre l’unita nota esplicativa volta a fornire indicazioni atte a garantire la corretta ed uniforme applicazione del decreto in esame”.  Così con nota esplicativa del 16.06.2015, rubricata “Linee Guida di indirizzo in materia di certificati medici per l’attività sportiva non agonistica”, si affermava che le attività sportive non agonistiche soggette all’obbligo di certificazione sono quelle praticate da “coloro che svolgono attività organizzata dal CONI, da società sportive affiliate alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI, che non siano considerati atleti agonisti ai sensi del decreto ministeriale 18 febbraio 1982”, specificando però che tali “definizioni riguardano esclusivamente i tesserati in Italia;  le stesse non sono, pertanto, rivolte agli atleti stranieri non tesserati in Italia, anche quando quest’ultimi partecipano ad attività non agonistiche che si svolgono in Italia”.

Gli atleti stranieri che si recano in Italia esclusivamente per finalità turistico-sportive, non tesserati per alcuna società e non residenti in Italia, non sono classificabili come agonisti in quanto non praticano sistematicamente e/o continuativamente attività sportiva nelle forme organizzate dalle Federazioni Sportive Nazionali, dagli Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal CONI, per il conseguimento di prestazioni sportive di un certo livello ma per la pratica sportiva non occasionale e per l’assenza di qualsiasi tesseramento, dimostrano diverse affinità con la categoria dell’attività amatoriale ludico-motoria.

 

LA SITUAZIONE ATTUALE

Alla luce di quanto appena esposto l’attuale normativa Federale, disciplinante la partecipazione in Italia degli atleti stranieri non residenti e non tesserati per società italiane, contrasta con quanto espresso dalla Nota integrativa richiamata, in quanto l’art. 34, comma 1.1. lettera c), Norme per l’organizzazione delle manifestazioni 2019 F.I.D.A.L, che prevede l’obbligo per gli stranieri non residenti e non tesserati in Italia, ai fini della loro partecipazione a manifestazioni italiane, oltre all’obbligatorio tesseramento RUNCARD, di “presentare un certificato emesso nel proprio paese, ma devono essere stati effettuati gli stessi esami previsti dalla normativa italiana: a) visita medica; b) esame completo delle urine; c) elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo; d) spirografia”.

Se la finalità della FIDAL era quella di non seguire la Nota integrativa in oggetto, interpretando in maniera estensiva la normativa in esame, a nostro parere, ciò non è stato comunque correttamente adempiuto. Infatti la soluzione di far presentare allo straniero un certificato emesso nel proprio paese contrasta con la normativa in esame, in quanto l’art. 42 bis del D.L. 21.06.2013, n. 69 prevede espressamente che “I certificati per l’attività sportiva non agonistica, di cui all’articolo 3 del citato decreto del Ministero della salute 24 aprile 2013, sono rilasciati dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta, relativamente ai propri assistiti, o dal medico specialista in medicina dello sport ovvero dai medici della Federazione medico-sportiva italiana del Comitato olimpico nazionale italiano”. Appare evidente che il certificato medico rilasciato dal “presunto” professionista straniero non abbia i requisiti legali per far sì che la certificazione sia considerata valida in Italia, appunto perché proveniente da soggetto non inserito negli albi professionali italiani con conseguente mancanza della garanzia della sua qualifica e competenza.

Alla luce di quanto appena esposto, tenuto conto delle finalità sportivo-turistiche dell’atleta straniero, l’art. 34, comma 1.1. lettera c), Norme per l’organizzazione delle manifestazioni 2019 FIDAL, appare in contrasto con la normativa in materia recepita dal CONI e pertanto se ne auspica la sua riformulazione con esclusione per gli stessi della RUNCARD come attualmente concepita.

La Fidal non è vincolata da norme di legge al fine di ammettere la partecipazione degli stranieri alle manifestazioni in Italia. Gli organizzatori invece sono vincolati dalle disposizioni regolamentari dettate dalla FIDAL che richiedono certificazione medica e Runcard.

SOLUZIONE “EMERGENZIALE”

Con il precedente Comitato Nazionale Fidal si era mediata una soluzione “emergenziale” per consentire di superare questa situazione di fronte al muro che a nostro parere soprattutto tendeva ad escludere qualsiasi responsabilità federale in relazione alle partecipazioni senza certificazione medica degli stranieri.

Le modifiche regolamentari apportate risultavano e risultano parziali poiché prevedono la possibilità di partecipare alle gare degli stranieri, peraltro con elenco classificati a parte redatto in ordine alfabetico e soprattutto partenza in coda alla manifestazione.

LA MOZIONE LUPI

La presentazione successivamente della mozione Lupi, approvata all’unanimità del Parlamento, sembrava permettere di imboccare la via maestra, ma il tempo corre e complice Covid e crisi di governo ad oggi permane una situazione di stallo.

Come Italia Road Running abbiamo già inviato una petizione ai gruppi parlamentari per sollecitare la ripresa dell’iter legislativo della mozione Lupi e siamo i primi a non negare che tale intervento possa essere risolutivo, ma ribadiamo che è già esaustiva la situazione legislativa attuale per consentire la partecipazione degli stranieri. Solleciteremo comunque in tal senso la Federazione, che riteniamo in collaborazione con Federazione ciclistica, FISI e Triathlon, che vivono problemi identici, possa esercitare una pressione decisiva sul governo e i gruppi parlamentari.

COSA PUÒ FARE ORA LA FEDERAZIONE

Da parte nostra riteniamo che la FIDAL possa superare l’empasse e procedere senza attendere oltre a completare le modifiche regolamentari per consentire la partecipazione degli stranieri tenendo conto della loro soddisfazione.

La richiesta, quindi, è di ammettere alle gare gli stranieri secondo la regolamentazione sanitaria vigente nel loro paese e, se si può accettare la classifica a parte in ordine alfabetico, è invece da escludere la partenza in coda per gli stranieri, che oltre a rappresentare un pessimo biglietto da visita per chi viene in Italia per visitare il nostro Paese in barba all’ospitalità che un turista si aspetta di ricevere, risulta estremamente penalizzante per chi onora l’evento venendo da altre Nazioni. L’eliminazione della Runcard in questa situazione diventa automatica. Resta d’intesa che un impegno comunque dovrà essere comunque vagliato dal punto di vista assicurativo in alternativa ad un tesseramento giornaliero ove la Federazione non lo ritenesse praticabile.

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